VIRGILIO: IV GEORGICA





[...] Correndo a perdifiato lungo un fiume,
Euridice, ormai segnata dalla morte,
per sfuggirti, non vide il serpente mostruoso
appostato tra l'erba folta sulla riva.
E il coro delle ninfe sue compagne
riempì di lamenti i monti più alti;
piansero le cime del Ròdope,
gli alti Pangei,
la terra guerriera di Reso,
piansero i Geti, l'Ebro, l'attica Oritía.
E Orfeo, cercando nella cetra conforto
all'amore perduto,
solo te, dolce sposa, solo te
sulla spiaggia deserta,
solo te cantava al nascere e al morire del giorno.
Poi, entrato nelle gole del Tènaro,
il varco profondo di Dite,
e nella selva dove fra le tenebre
si addensa la paura,
si avvicinò ai Mani e al loro re tremendo,
a chi non si addolcisce alle preghiere umane.
E dai luoghi più profondi dell'Èrebo,
commosse dal suo canto,
venivano leggere
le ombre, immagini opache dei morti:
a migliaia,
come si posano gli uccelli tra le foglie,
quando la sera o la pioggia d'inverno
dai monti li allontana;
donne, uomini, e ormai privi di vita,
corpi di eroi generosi,
e bambini, fanciulle senza amore
e giovani arsi sul rogo
davanti ai genitori:
ora il fango nero, il canneto orrendo del Cocito
e una palude ripugnante
con le sue acque pigre li circonda
e con nove giri lo Stige li rinserra.
Sino al cuore del Tartaro,
alle dimore della morte,
sino alle Eumenidi
dai capelli intrecciati con livide serpi
dilagò lo stupore;
muto con le tre bocche spalancate
rimase Cerbero
e insieme al vento si arrestò la ruota di Issione.
Ma già Orfeo, eluso ogni pericolo, tornava sui suoi passi
e libera Euridice saliva a rivedere il cielo, seguendolo alle spalle, come Proserpina ordinava,
quando senza rimedio
una follia improvvisa lo travolse,
perdonabile, certo,
se sapessero i Mani perdonare:
fermo, ormai vicino alla luce,
vinto da amore,
la sua Euridice si voltò incantato a guardare.
Così gettata al vento la fatica,
infranta la legge del tiranno spietato,
tre volte si udì un fragore
nelle paludi dell'Averno.
E lei: 'Ahimè, Orfeo,
chi ci ha perduti,
quale follia?
Senza pietà il destino indietro mi richiama
e un sonno vela di morte i miei occhi smarriti.
E ora addio: intorno una notte fonda mi assorbe
e a te, non più tua, inerti tendo le mani'.
Disse e d'improvviso svanì nel nulla,
come fumo che si dissolve alla brezza dell'aria,
e non poté vederlo
mentre con la voglia inesausta di parlarle
abbracciava invano le ombre;
ma il nocchiero dell'Orco
non gli permise più
di passare di là dalla palude.
Che fare? Dove andarsene, perduta ormai,
perduta la sua sposa?
Con che pianto commuovere le ombre,
con che voce gli dei?
Certo, ormai fredda
lei navigava sulla barca dello Stige.
Dicono che per sette mesi
Orfeo piangesse senza requie
sotto una rupe a picco
sulla riva deserta dello Strímone,
e che narrasse le sue pene
sotto il gelo delle stelle,
ammansendo le tigri
e trascinando col canto le querce.
Così afflitto l'usignolo
lamenta nell'ombra di un pioppo
la perdita dei figli,
che un bifolco crudele
con l'insidia ha tolto implumi dal nido;
piangendo nella notte,
ripete da un ramo il suo canto desolato
e riempie ogni luogo intorno
con la malinconia del suo lamento.
Nessun amore,
nessuna lusinga di nozze gli piegarono il cuore.
Solo se ne andò tra i ghiacci del nord
e le nevi del Tànai,
sui monti di Tracia oppressi dal gelo eterno, lamentando la morte di Euridice,
il dono inutile di Dite.
E le donne dei Cíconi offese da quel rimpianto,
durante le orge notturne dei riti di Bacco,
dispersero nei campi le sue membra dilaniate.
Ma anche allora, quando in mezzo ai gorghi
l'Ebro trascinava sull'onda
il capo spiccato dal suo collo d'avorio,
la voce ormai rappresa nella gola
'Euridice' chiamava, mentre l'anima fuggiva,
'o misera Euridice'. E lungo tutto il fiume
le rive ripetevano 'Euridice'.