SENECA: DA MEDEA


Scarica il saggio in pdf LA SIRENA AMMALIATA E GLI ADYNATA DI ORFEO di Luciano Landolfi

Nobile e felice e potente, io brillavo di una luce regale. Allora mi richiedevano in sposa principi che ora sono richiesti. Violenta, rapida, incostante, la sorte mi ha strappato dal trono e mi ha spinto in esilio. Il trono, chi può mai contarci se basta il capriccio del caso a disperdere la potenza più grande. Una cosa soltanto hanno i re, alta e magnifica, che non è in balia del caso: il potere di soccorrere i miseri, di dar asilo ai supplici. Questo, e nient'altro, ho portato con me dal regno dei Colchi: il vanto di aver salvato, io, l'illustre gloria della Grecia, il suo nobile fiore, il baluardo della gente achea, la prole degli dèi. È a me che deve la vita quell'Orfeo che commuove le pietre col suo canto e smuove le selve, è a me che la debbono i gemelli divini, Castore e Polluce, ed i figli di Borea, e Linceo che scorge, in un colpo d'occhio, le cose più lontane, sin oltre il mare, e tutti, tutti gli altri Argonauti. Del loro capo non parlo, per lui nulla mi è dovuto, nessuno mi è debitore. Gli altri, li ho fatti ritornare per voi, lui soltanto per me. Dammi addosso, ora, rinfacciami ogni misfatto. Di un crimine, lo confesso, posso essere convinta: il ritorno della nave Argo. Ecco, io, vergine, metto più in alto di tutto il mio pudore, e mio padre: tutta la terra pelasga, con i suoi capi, cadrà, tuo genero per primo perirà nella bocca fiammeggiante del toro feroce. No, quale che sia la sorte che deve schiacciarmi, io non mi pento di aver salvato la vita a tanti splendidi eroi. Il premio che ho tratto da tutte le mie colpe, è nelle tue mani. Condanna la colpevole, se ti sembra giusto, ma rendile il suo delitto. Sì, Creonte, sono colpevole, lo confesso: ma tu lo sapevi che lo ero quando abbracciai le tue ginocchia e supplice invocai l'aiuto della tua destra protettrice. Per le mie sventure ora ti chiedo un rifugio, una casa, un misero tugurio. Se vuoi che sia scacciata dalla tua città, fa che io abbia un angolo lontano in qualche parte del tuo regno.
...
I nostri padri videro secoli senza macchia, quando ogni frode era sconosciuta. Ogni uomo, quietamente, se ne stava alle sue spiagge, invecchiava sulla sua terra, ricco del poco che aveva, non conoscendo altri beni che quelli che gli dava il suolo natale. La nave tessala, Argo, congiunse le parti del mondo che a ragione erano divise, ai mari impose di subire le sferze dei remi, ai misteriosi flutti di mutarsi in causa dei nostri terrori. Ne pagò il fio, trascinata di pericolo in pericolo, la sacrilega nave, quando i due monti che sono le porte del mare, all'improvviso spinti l'uno contro l'altro, lanciarono un rombo simile a tuono, ed il mare, tra loro schiacciato, spruzzò le stelle e le nubi. Il coraggioso Tifi impallidì, tremando la sua mano abbandonò il timone, tacque Orfeo, la lira silenziosa, e Argo stesso perse la sua voce. E che dire quando la vergine sicula, Scilla, coi suoi cani rabbiosi intorno al ventre, spalancò d'un colpo le sue fauci? Chi non tremò in ogni fibra dinanzi a quel mostro che da solo tante volte latrava? E quando le terribili pesti, le sirene, tentarono con voce seducente il mar Ausonio, ma il Trace Orfeo, la cetra Pieria suonando, le costrinse quasi a seguirlo,

loro ch'erano solite fermare, col loro canto, le navi? Quale fu il premio di un tale viaggio? Il vello d'oro, e con lui Medea, flagello più grande delle onde, mercede degna della prima nave.
Ora il flutto si è arreso e alle leggi si piega.
E Argo, la nave famosa,
che Pallade compose pezzo a pezzo,
Argo che porta i remi dei sovrani,
non c'è più bisogno di lei.
Piccola barca corre il mare alto.
È caduto ogni limite,
in terre sconosciute
sorgono mura di città,
le strade del mondo si spalancano,
muta sede ogni cosa.
Si disseta l'Indiano
al gelido Arasse,
bevono i Persiani all'Elba e al Reno.
Verrà giorno, in secoli lontani,
che Oceano sciolga le catene
delle cose ed immensa
si riveli una terra.
Nuovi mondi Teti scoprirà.
Non ci sarà più sul pianeta
un'ultima Tule.
...
Tutti coloro che posero mano ai nobili remi dell'audace carena, che spogliarono della folta sua ombra la sacra foresta del Pelio, tutti coloro che superarono i vaganti scogli delle Simplegadi e, sofferto ogni pericolo del mare, gettarono l'ancora sulla riva barbara per conquistarne l'oro e quindi far ritorno, tutti pagarono con un'orribile morte le leggi del mare che avevano profanato.
Il mare, se lo provochi, esige vendetta. Per primo Tifi, dominatore dei flutti, lasciò la barra a un timoniere inesperto: su una spiaggia straniera, lontano dal regno paterno, venne a morte e ora giace sotto un tumulo da nulla, tra ombre senza nome. Da allora Aulide, memore del suo perduto re, lenta trattiene nei suoi porti le navi insofferenti di indugi. Il figlio della Musa canora, quell'Orfeo che toccando col plettro la lira arrestava la corsa dei fiumi e imponeva ai venti di tacere, cui gli uccelli, del proprio canto obliosi, seguivano con tutta la foresta, giace qua e là per i campi della Tracia mentre il suo capo galleggia sulla triste corrente dell'Ebro. Ha raggiunto di nuovo Stige e Tartaro, ma questa volta non farà ritorno.
Abbatté Ercole i figli di Aquilone,mise a morte il figlio di Nettuno, che poteva rivestire innumeri forme: imposta la pace a terra e cielo, violato il regno dell'inflessibile Dite, si gettò vivo tra le fiamme dell'Eta offrendo al fuoco crudele le sue carni corrose, per colpa del dono della sposa, dal sangue appestato del centauro. Anceo fu abbattuto d'un colpo da un cinghiale violento. Tu, Meleagro, che hai ucciso empiamente i fratelli di tua madre, muori per mano di tua madre irata. Tutti se lo sono meritato. Ma quale colpa ha mai espiato con la morte quel tenero fanciullo che neppure il grande Ercole ha più ritrovato? Ahimè, fu rapito mentre era in acque sicure. Su andate, eroi, solcate il mare. Ma anche in una fonte c'è pericolo.
Benché conoscesse il destino, Idmone fu sepolto nelle sabbie di Libia da un serpente. Veridico per tutti, falso per se solo, cadde il profetico Mopso e fu lontano da Tebe. Ma se giusta è la sua predizione, Peleo sposo di Tetide andrà esule per il mondo. E Nauplio, che nuocerà agli Argivi con i suoi fuochi fallaci, cadrà a precipizio nel mare.