RILKE: SONETTI A ORFEO


I.1
E si levò un albero. O elevazione pura.
Orfeo canta. O albero che nell'orecchio sale!
Ogni cosa taceva - ma era in quel silenzio
un incominciar nuovo, cenno, tramutamento.


Di silenzio animali dal chiaro bosco aperto
balzarono, da tane e fratte; e non
era astuzia o paura - si capiva - a tenerli
così raccolti in sé: ascoltavano solo.


Rugghi urli bramiti in fondo al cuore
impicciolivano. E dove una baita
trovavi a malapena, per accogliere,


un rifugio al più buio struggimento -
e a far da ingresso, pali che vacillano -
tu creasti nel loro udito un tempio.


* * *

I.2

E una adolescente era, e da questa
felicità di lira e canto uscì,
chiara velandosi di primavera,
e nel mio orecchio si fece un giaciglio.


E in me dormiva. E tutto era il suo sonno:
gli alberi, amore mio antico, e queste
lontananze sensibili e l'erbe viventi
e ogni stupore che a sé m'arrendeva.


Dormiva il mondo. O Iddio del canto, come
l'hai compiuta, che non l'essere desta
fosse il primo desio? Sorse, e dormiva.


La sua morte dov'è? Questa sua musica
la troverai prima che il canto ceda?
E da me dove affonda?... Adolescente...


* * *

I.3

Un Dio lo può. Ma un uomo, sì, seguirlo
saprà attraverso la lira sottile?
È spaccato di dentro: ove in due vie
s'incrocia il cuore, Apollo non ha tempio.


Un canto insegni tu, che non lusinga,
non è brama di cosa che s'afferra.
Il canto è Esserci. Facile a un Dio.
Ma siamo noi? E quando volge lui


all'esser nostro la terra e le stelle?
Se ami, ragazzo, tu non sei per questo,
s'anche irrompe la voce in bocca - un tale


impeto sappi obliare. Si perde.
In verità, altro soffio è il canto: un soffio
nel nulla. Un alitare nel Dio. Un vento.


* * *

I.4

O amorose, entrate talora
in quel respiro che non v'intende,
lungo le gote spartire lasciatelo:
dietro vi palpita, è Uno sempre.


O voi beate, voi salve già,
voi che radice dei cuori sembrate,
arco a saetta, a saette bersaglio,
nel lacrimato riso più eterne.


Non vi spauri il soffrire, pesante:
alla terrestre gravità rendetelo:
peso hanno i monti, pesante il mare:


gli alberi pure, che bimbe piantaste,
pesano troppo oramai: non potreste
reggerli. Ma l'aria... gli spazi...


* * *

I.5

Niente lastre funeree. La rosa
sola ogni anno al suo piacere sbocci.
Orfeo è: è sua la metamorfosi
in questi e quello; non ci diamo affanno


d'altri nomi: per tutte ad ogni volta
è Orfeo, se canta. Viene e va. Non basta
se al calice di rose un giorno o due
sopravvive talora? Dileguare


è la sua sorte perché comprendiate,
pur se quel dileguare l'impaura.
All'Esser-qui la sua parola avanza,


già egli è là ove non la seguite.
Grata di lira non gli serra i polsi -
e docile è per lui l'andare oltre.


* * *

I.6

È un dei nostri? No, dai due regni
dilatò ampia la sua natura.
Più esperto inarchi i rami del salice
chi le radici ne ha conosciute.


Al coricarvi, sul desco il pane
il latte non li lasciate: attirano
i morti. Ma lui, l'incantatore,
sotto le palpebre tenere mescoli


in ogni aspetto la loro parvenza,
e il sortilegio di ruta e fumaria
chiaro gli sia qual l'accordo più vero.


Nulla gli sfuoca l'immagine forte,
venga da tomba, venga da alcova,
celebri anello, fibula, brocca.


* * *

I.7

Lodare: è questo! Chiamato a lodare
sprigionò come il metallo dal muto
macigno. Il suo cuore, fragile torchio
di un vino agli uomini inarrestabile.


La voce in polvere non gli si sbianca
quando il modello divino lo avvinghia.
Vigna ogni cosa si fa, si fa grappolo
che nel suo Sud sensitivo matura.


Putrefazione in sepolcri di Re
non gli sbugiarda il canto, la lode,
non dagli Dei il calare d'un'ombra.


Fra i messaggeri è uno che resta -
e addentro ancora alle soglie dei morti
coppe sorregge di frutti gloriosi.


* * *

I.8

Solo nell'inno la Lamentazione
può muoversi, di lacrimata fonte
ninfa che veglia sul nostro mancare
e lo risplende sulla roccia stessa


che pur sostiene i portali e gli altari.
Vedi: un presagio alle sue spalle tacite
albeggia: è lei forse la più giovane
fra le sorelle che l'animo alleva.


La Gioia sa; Nostalgia non si vela -
ma la Lamentazione impara, conta
con dita adolescenti i vecchi mali


nel buio. E a un tratto - sghemba, incerta - leva
fra gli astri una figura della nostra
voce, che quel sospiro non annebbia.


* * *

I.9

Solo chi già fra le ombre
alzò la lira
può presentendo elevare
la lode infinita.


Sol chi gustò del papavero
coi morti, il loro,
mai smarrirà i più inafferrabili
suoni.


Se nello stagno il riflesso
ti si scompone
sappi l'immagine.


Nel doppio regno, non altro,
si fanno assorte le voci,
immortali.


* * *

I.10

Voi dal mio cuore non lontani mai
saluto, antichi sarcofaghi, voi
che allegra l'acqua dei giorni romani
come un canto mutevole trascorre;


e voi, come pupilla d'un pastore
al risveglio sereno spalancati -
e dentro, quiete e gòngolo d'api -
al volo alzando ammaliate farfalle;


tutti al di là dei dubbi oramai
saluto, bocche di nuovo aperte
che il silenzio già sanno.


Amici: e noi, sappiamo? non sappiamo?
L'una risposta e l'altra disegna
l'ora esitante sul volto umano.


* * *

I.11

Guarda in cielo. C'è un segno, il "Cavaliere"?
Perché - vedi - è un suggello in noi profondo:
un orgoglio terrestre - e lo aizza
un altro, e lo raffrena; e lui lo porta.


Non è così, spronata e doma poi,
questa natura guizzante dell'Essere?
La via, la svolta. Un premere - e s'intendono.
Nuovi spazi. E i due, ora, sono uno.


Ma lo sono davvero? O segno entrambi
son della via battuta insieme? Già
volgono opposti il pascolo e la mensa.


Anche il legame stellare è un inganno.
Ma sia gioia per un istante, ora,
credere alla figura. Tanto basta.


* * *

I.12

Lo spirito lodiamo, che può coglierci
in Uno; invero, in figure viviamo
e a passi corti gli orologi avanzano
accanto al nostro giorno di realtà.


Senza sapere il nostro luogo vero
muoviamo da rapporto senza errore.
Hanno contatti antenne con antenne,
la lontananza vuota recò...


Pura energia. Musica di forze!
Nel fare quotidiano, umile, ogni
perturbazione non ti s'allontana?


Pur chi lavora nei campi e s'affanna,
ove in estate si trasforma il seme
mai non basta da sé. La terra dona.


* * *

I.13

Mela ghiotta, banana, pera, uva
spina... tutto ci parla nella bocca
di morte e vita... lo sento... leggetelo
a un bimbo in faccia quando le assapora.


Vien da lontano, questo. Non si sfa
in bocca lentamente e perde il nome?
Dov'erano parole, resti scivolano,
a sorpresa li libera la polpa.


Che vuol dir "mela"? Prova a raccontarlo:
questa dolcezza che s'addensa prima,
poi - piano piano - monta nel sapore,


chiara diventa, desta, trasparente,
doppia, di terra e di sole, di qui -:
o esperienza, senso, gioia -, enorme.


* * *

I.14

Si frequenta il fiore il frutto il pàmpino -
ma non è solo il linguaggio dell'anno
il loro: in mille tinte una parvenza
monta dal buio, e il barbaglio geloso


forse è dei morti, forza della terra.
Che parte ne hanno loro, lo sappiamo?
Da tanto hanno per uso d'impregnare
con il midollo liberato il fango.


Ma chiedi: sono contenti di farlo?
Da un travaglio di schiavi si disserra
il frutto e s'arrotonda a noi, i padroni?


O i padroni son loro, alle radici
dormienti, e il superfluo ci danno,
un che a metà fra forza muta e baci?


* * *

I.15

Aspettate... un sapore... ma già sfugge!
... Musica al volo, un trepestìo, un mùrmure...
Giovinette, voi tacite, voi calde,
danzate il frutto, il sapore, danzate


l'arancia. Chi la può dimenticare
come in sé affonda e alla dolce essenza
sua resiste? Ma voi la tenete,
s'è convertita a voi la sua delizia.


E voi danzatela. Il caldo paesaggio
da voi trabocchi, a irradiarla matura
nei cieli cari; infocando, svelate


le sue fragranze, affine vi divenga
la buccia che si nega, pura, il succo
che l'invade, beata.


* * *

I.16

Amico mio, sei solo, perché...
Noi con parole, con cenni del dito
ci pigliamo poco alla volta il mondo,
forse la parte più rischiosa e fragile:


chi lo addita un odore, con la mano?
Eppure delle forze che c'incombono
tu ne sai molte. I morti li conosci
e ti s'aggriccia il pelo ai loro incanti.


Vedi, si tratta d'ammucchiare, io e te,
frammenti e pezzi quasi fosse il tutto.
Duro aiutarti - e tu radici in cuore


non darmi: ti crescerei troppo svelto.
Ma al mio Signore io guiderò la mano,
dirò: Ecco, nel suo vello, Esaù.


* * *

I.17

E nel fondo, in intrico buio, il Vecchio,
d'ogni edificazione
radice, sgorgo occulto
ai loro occhi perduto.


Elmo di guerra e corno cacciatore,
sentenziar di canuti,
uomini in fratricida ira e donne
come liuti...


Ramo su ramo spinge,
libero mai nessuno...
Sì, uno! Oh sali... sali...


E daccapo si rompono - ma in alto
questo,
ecco, in lira si incurva.


* * *

I.18

Lo odi il Nuovo, Signore,
che introna e sbatte?
Vengono banditori
ad innalzarlo.


Non c'è un orecchio intatto
nel pandemonio.
E tuttavia la parte della macchina
ora abbia lode.


La macchina, ecco qua:
si vendica, si vòltola
e ci fa storti e deboli.


Da noi ha potestà?
Senza passione
operi e serva.


* * *

I.19

Pur se mutevole il mondo
qual nube si gira
tutto riaffonda compiendosi
nel grembo antico.


Fuor dal mutare e l'andare,
più ampio e libero
sta l'inno tuo primordiale,
Dio della lira.


Sul dolore nulla si sa,
l'amore non l'impariamo
e quel che nella morte ci allontana


non cede il velo.
Unico il canto, sulla terra alto,
consacra e leva.


* * *

I.20

Ma a te cosa consacrerò, Signore
che l'orecchio apri alle creature, dimmi?
Il ricordo d'un giorno a primavera,
al venir sera, in Russia - un cavallo...


bianco, solo, veniva dal villaggio,
ancor preso il paletto a una caviglia,
per esser sui prati a notte, solo;
come scrollava la criniera riccia


sopra il collo nel battito spavaldo
del galoppo strozzato, in ceppi - come
sprizzavano le fonti del suo sangue!


Li sentiva gli spazi, e quanto! e ascolto
e canto, in lui - e la tua saga tutta.
La sua immagine - ecco - ti consacro.


* * *

I.21

Ritorna primavera. Ed è la terra
come un bimbo che sa le poesie -
oh tante tante... E per la gran fatica
dell'imparare, ha il premio.


Fu severo il maestro - e il bianco amammo
sulla barba del vecchio.
Adesso i nomi del verde e del blu
a lei possiamo chiederli. Lei sa.


Terra in vacanza, felice, coi bimbi
gioca, ora. Terra gioiosa, vogliamo
prenderti. Il più gaio riuscirà.


Il molto che il maestro le insegnava
in radici compresso, in lunghi rami
pesanti - adesso lei lo canta.


* * *

I.22

Noi ci spingiamo innanzi.
Ma il Tempo, il suo andare,
è nullità - credete - in quel che sempre
rimane.


Chi s'affretta ora, presto
sparirà.
La sosta solamente,
sacra, ci salva.


Giovani, l'ardimento non buttatelo
nella velocità
nel rischioso volo.


Pace compie ogni cosa:
chiaro e tenebra,
il libro e il fiore.


* * *

I.23

Allora! quando il volo
non più di voglie vago,
salirà i cieli calmi
di sé pago


per giocare, in profili
di luce ai venti caro,
quale benfatto arnese
sottile vorticando -


allora solo, quando un puro Dove
l'oltracotanza giovane
di crescenti apparecchi avrà piegato,


il sopraffatto di vittoria, nelle
lontananze inoltrando, sarà lui
il Fine cui si tende, solitario.


* * *

I.24

E la nostra amicizia primordiale, i grandi
Dei che non lusingano,
rinnegheremo adesso perché il duro acciaio che educammo
li ignora - o li faremo sbucare da una carta?


Questi amici potenti, che ci prendono i morti,
non han contatto con le nostre ruote - lungi
prepariamo i banchetti; traslocate le terme,
e i messaggeri loro - lenti per noi, da tanto -


li sorpassiamo ormai. Sempre più solo
l'uno all'altro s'appoggia, straniero ognuno all'altro.
Rette seguiamo vie, non più meandri belli.


Solo in caldaie d'industria i fuochi, i magli enormi
sempre più. E noi come nuotatori
perdiamo forze.


* * *

I.25

Te, ora, te che ho conosciuta come
un fiore il cui nome non so, voglio una volta
ultima ricordare, mostrarti, ora che sei passata,
bella compagna del grido ineluttabile.


Danzatrice dapprima, che il corpo esitante di colpo
fermò, quasi contratta la sua giovinezza nel bronzo:
intristita, in ascolto. Ed ecco, dalle alte potenze
musica le si versò nel cuore mutato.


Il male era vicino. Già sopraffatto dall'ombre
springava oscuro il sangue - pure, quasi in sospetto appena,
nella sua naturale primavera fioriva.


E ancora, ancora - interrotta da buio e soprassalti -
risplendeva terrestre: finché dopo un battere orribile
entrò nella porta che non ha speranza.


* * *

I.26

Ma tu, divino, tu, che ancora all'ultimo intoni,
quando lo sciame t'assalse delle spregiate Baccanti
l'urlo con l'armonia hai sopraffatto, tu splendido,
dalle devastatrici salì, costruttore, il tuo canto.


Nessuno che a te il capo, la lira devastasse
come sbavando infuriavano, e tutte le aguzze
pietre scagliate contro il tuo cuore
s'intenerivano toccandoti, d'udire ebbero il dono.


E poi a pezzi ti fecero, aizzate dalla vendetta,
mentre il tuo suono ancora in rocce e in leoni indugiava,
in alberi e in uccelli. Là ancora tu canti.


O Iddio perduto! Traccia che non ha misura!
Solo perché ti spartì smembrandoti all'ultimo l'odio
siamo chi ode, adesso, e bocca della Natura.



II.1
Respiro, invisibile poesia,
puro spazio, immenso eppure sempre
col singolo allo scambio. Contrappeso
che al mio farsi dà il ritmo.
 
Onda unica in cui
sono ogni volta il mare,
di tutti i mari possibili tu
quel che più stringe, tu di spazi ricco.
 
Di queste spaziali forme quante
m'eran già dentro - e i venti
sono per me un figlio, qualche volta.
 
Aria, mi riconosci, colma un tempo
dei miei luoghi? e tu, scorza liscia già,
foglio e accerchio della mia parola.
 
 
II.2
 
 
Come al Maestro, talora, fulmineo
il primo foglio il segno più vero
coglie - così spesso accolgono specchi
il riso unico di giovinette,
 
quando il mattino, sole, assaporano
o dei lumi al chiarore, loro servi:
e nel respiro dei volti autentici,
più tardi, solo un riflesso ne cade.
 
Che mai guardarono gli occhi d'un tempo
nell'arder lento di braci al camino:
sprazzi di vita spersi per sempre.
 
Ah della terra chi sa le perdute
estasi? Sol chi la lode sonando
il cuore canti, che nasce nel Tutto.


* * *

II.3

Specchi, nessuno ha scritto mai, sapendolo,
che cosa siete nell'essenza.
Interstizi del tempo voi, di buchi
pieni come crivelli.
 
Voi della sala vuota ancora prodighi,
immensi, al farsi buio, come selve...
Cervo ramoso il lampadario vi
traversa, impenetrabili.
 
A volte di pitture vi stipate.
Alcune paiono in voi trapassare,
altre lasciate fuori, timorosi -
 
ma la più bella resterà, fin quando
entro il suo viso che si nega invano
penetri il chiaro dissolto Narciso.
 
II.4

È l'animale, questo, che non c'è.
Ma allora non si sapeva. E ne amarono
l'andare il collo il portamento, fino
alla luce tranquilla dello sguardo.
 
Pure, non era. Ma per quell'amore,
animale divenne, puro. Spazi
gli lasciarono sempre. E in quel sereno
alzò lieve la testa - appena aveva
 
bisogno d'essere. Non lo nutriva
grano, ma quel poter essere e basta:
e tanta forza gli diede, che in fronte
 
un corno gli si sprigionò. Uno solo.
A una vergine venne accanto, candido -
e fu in lei, e nel suo specchio d'argento.


* * *

II.5

Tu che il mattino dei prati all'anemone
vai dischiudendo, muscolo di fiore,
finché nel grembo la luce polìfona
dai cieli sonori gli si spande,
 
nella silente stella fiore teso
muscolo dell'accogliere infinito,
sopraffatto dalla pienezza al punto -
talora - che il tramonto, quando accenna,
 
a stento può ritirarti la corolla
troppo già spalancata - tu, la forza
e il compimento dei mondi, di quanti!
 
Siamo violenti, noi, e più duriamo.
Ma quando, in quale vita finalmente
saremo aperti, capaci di accogliere?
 
II.6

Rosa, regina, nel tempo antico
calice fosti dall'orlo sottile.
Ma fiore pieno sei per noi, l'innumere
oggetto, inesauribile.
 
Nel fasto appari di manti su manti
addosso a un corpo di niente, un bagliore -
ma ogni petalo tuo annunzia insieme
la veste, e la rinnega.
 
Da secoli il tuo alito ci chiama
coi suoi nomi più dolci -
e come gloria a un tratto sta, nell'aria.
 
Ma non sappiamo dirlo, indoviniamo...
e una memoria esala, che da ore
senza pari implorammo.
 
II.7

Fiori, affini voi finalmente alle mani che vi dispongono
(mani di giovinette, di adesso e d'allora),
voi nel giardino sul tavolo, spesso, da lato a lato
in pallore giacenti per tenera ferita,
 
l'acqua attendendo per risalire ancora
dalla morte già in atto - e di nuovo ora eretti
fra i poli vorticanti di sensibili dita,
benefiche per voi ben più del vostro presagio,
 
fragile: quando vi riuniste nella brocca, in frescura
lenta esalando quel calore di giovinette,
quasi una confessione, quasi peccati spossanti
 
e un poco torbidi, colpa dell'avervi recisi,
come un accordo alfine ritrovato con loro
che insieme a voi fioriscono.
 
II.8

E voi pochi, dell'infanzia lontana compagni
nei giardini distratti di città:
come ci si trovava, in simpatia esitante,
e come si parlava in silenzio, uguali all'agnello
 
col cartiglio che ha parole. A nessuno
la nostra gioia - se fosse - apparteneva. E a chi mai?
E come andava in fumo nel viavai della gente
e in paura dell'anno, ancora lungo.
 
Straniere rotolavano carrozze, trascorrendo,
ci accerchiavano case - dure ma irreali - e nessuna
ci conosceva. Ma cosa era reale sul serio?
 
Nulla. I palloni solo, il loro arco regale.
E neppure i bambini... Ma ecco, si tendeva talora
uno - fugace, oh quanto - alla palla che ricadeva giù.
(In memoria di Egon von Rilke)


* * *

II.9

Non vi vantate, giudici, per la tortura al bando
per la gogna che il collo non strozza più.
Nessun cuore s'accresce, nessuno, se la faccia
intenerita a forza s'inghigna di pietà.
 
Quel che nel tempo si prese la forca se lo ridà,
come bimbi il balocco d'un compleanno finito.
Nel cuore puro, alto, che in pazzia si spalanca,
ben diverso entrerebbe il Dio di tenerezza.
 
Potente giungerebbe irradiando luce -
tale è il divino. Più che vento
per grandi navi sicure,
 
lieve non meno di silenziosa certezza
che si svela nell'intimo e ci prende
come un bambino che gioca, queto, da unione senza termine.
 
II.10

Ogni conquista mina la macchina, finché
vanti il suo posto nello spirito e non nell'obbedienza.
Perché in bell'esitare più non muova la splendida mano,
rigida squadra la pietra al palazzo programmato.
 
Mai che rimanga indietro, le sfuggissimo una volta.
A sé appartiene oliandosi nella fabbrica senza voce.
È lei la vita - o crede al meglio di saperla
e con ugual sicurezza regola inaugura annienta.
 
Ma per noi meraviglia è tuttora l'Esistere,
fontana delle origini in cento luoghi, gioco
di forze pure - e solo chi ammira in ginocchio le sfiora.
 
Parole ancora, tenere, salgono all'Indicibile.
E nuova sempre la musica dalle pietre tremanti
nello spazio inusabile alza, divina, la sua casa.


* * *

II.11

Sorsero dalla morte regole calme e ordinate,
uomo, sopraffattore da quando perseveri in caccia;
ma, più che reti o tagliole, te conosco, strascico di vela
pendulo a sprofondare nelle voragini del Carso.
 
Leggero ti calavano, quasi segnale fossi
di festeggiata pace - ma poi torse gli orli un accolito:
e dagli antri la notte buttò un mucchietto di pallide
colombe vacillanti nella luce... Pure, anche questo è giusto.
 
Da chi osserva sia lungi il sospiro della pietà,
non pur dal cacciatore, che quanto al Tempo è dovuto -
vigile, attivo - termina.
 
Uccidere è figura del nostro lutto errante...
Puro è nel chiaro spirito l'evento
che ci accade e null'altro.
 
II.12

Punta alla metamorfosi. Infiàmmati per la fiamma,
là insegui invano una Cosa, superba dei mutamenti,
Lo Spirito che progetta, del mondo terrestre il signore,
nella figura in impeto nulla ama più che la svolta.
 
Chi nello stare si serra già è fissità, è gelo:
crede che lo protegga il grigio, che non appare?
Bada, al macigno insidia da lungi la forza più dura,
guai! il maglio assente si leva già.
 
Quei che in sorgente sgorgano la Conoscenza li ama
e li rapisce e li addentra nella creazione beata
che spesso chiude all'avvio, e con la fine incomincia.
 
È ogni felice spazio figlio, o nipote, di un addio:
meravigliando lo traversano. E Dafne trasfigurata,
quando si sente alloro, vuol che tu vento divenga.
 
II.13

Ogni addio sopravanzalo, quasi fosse alle spalle
già, come l'inverno che ora passa;
perché sotto gli inverni un inverno c'è senza termine
tale che, se lo sverni, il cuor tuo per sempre resiste.
 
Sii sempre morto in Euridice - e tu canta e sali,
loda e risali, fin dentro al puro rapporto.
Qui fra chi esala sii, nel regno del declino,
sii coppa tintinnante, che già nel tintinno s'è infranta.
 
Sii - e il Non-Essere sappi
a un tempo, radice inesausta al tuo fondo tremore,
sicché in un punto solo compiutamente tu lo compia.
 
Ai rifiniti resti e alle ottuse riserve, mute,
della Natura nel colmo, alle somme indicibili
in gioia aggiùngiti tu, e il numero azzera.
 
II.14

Guarda i fiori, così fedeli al terrestre: corolle
cui destino imprestiamo dagli orli del destino.
Pure, chissà: d'appassire rimpiangono forse
e nostra parte è l'essere il loro rimpianto.
 
Tutto vuole librarsi. E noi ci aggiriamo massicci,
su tutto gravitiamo, del peso innamorati.
Che rovinosi maestri siamo per le cose
che un'infanzia rallegra senza fine.
 
Se nell'intimo sonno potesse uno afferrarle,
dormire con le cose, fitto, come verrebbe leggero,
mutato, al nuovo giorno, dall'unione profonda.
 
O rimarrebbe, forse; e sbocciando lo loderebbero,
loro, il rigenerato: simile all'esser loro
adesso, alle quete sorelle nel vento dei prati.


* * *

II.15

Bocca che doni, tu, bocca di fonte
che parli l'Uno, puro, inestinguibile,
avanti al volto dell'acqua che va
maschera e marmo. E al fondo, gli acquedotti:
 
l'origine. Più in là, lungo le tombe,
dai dorsi d'Appennino ti conduce
il tuo dire, che poi dalla vecchiezza
nera del mento innanzi ti ricasca
 
precipitando nella conca. Qui
è l'orecchio nascosto, nel suo sonno
di marmo - e in questo continua tu parli.
 
Orecchio della terra. Con sé sola
va discorrendo. Se un càntaro cali
le pare ora che tu la interrompa.
 
II.16

Sempre e sempre smembrato da noi
il Dio è il luogo che risana.
Noi siamo taglio, sapere vogliamo:
lui, sereno, si dà.
 
Sino l'offerta consacrata, limpida,
non altrimenti nel suo mondo accoglie
che stando innanzi al libero
fine, senz'ombra.
 
Il morto solo beve
alla fonte che noi udiamo appena,
quando gli accenna nel silenzio il Dio.
 
A noi s'offre il rumore, questo appena.
E l'agnello si tende al suo campano,
per istinto, tacendo.
 
II.17

Dove, in quali giardini beati, irrigui sempre, su quali
alberi, da quali calici che teneri si sfogliano
maturano i frutti strani della consolazione? Qualcuno
ne trovi forse, prezioso, lungo i prati calpesti
 
della tua povertà. E da una volta all'altra
sempre ti meraviglia la grossezza del frutto,
così sano, il liscio della buccia
e che svagato un uccello non te l'abbia sottratto, o l'invidia del verme
 
da giù. Alberi ci sono cui sorvolano angeli,
e lenti giardinieri, occulti, così li hanno cresciuti
che, senza essere nostri, ci danno?
 
Siamo riusciti mai - noi ombre, fantasmi,
noi prematuri all'atto, che subito appassiamo -
l'abbandono a turbare di quelle calme estati?
 
II.18

Danzatrice, d'ogni trascorrere
trasposizione nel passo: come l'offrivi!
E nel finale il vortice, quest'albero di movimento,
tutto non concentrava in sé l'anno, già dileguato?
 
Non fioriva - se sciamando il tuo impeto primo l'avvolgesse - di colpo
la sua vetta di silenzio? E sopra
non era sole, estate, il calore:
questo calore senza numero, tuo?
 
Ma pregno era anche, pregno, il tuo albero dell'estasi.
Non sono questi i suoi frutti, queti: la brocca
che s'arrotonda, striata - e il più maturo vaso?
 
E nelle immagini: non è rimasto il disegno
che l'oscura linea dei tuoi cigli
fulminea agli orli della giravolta imprimeva?
 
II.19

Da qualche parte nelle banche, ruffiano, abita l'oro:
se la fa con migliaia. Ma quel cieco,
l'accattone, fin per il soldo di rame
è come un perso angolo, polveroso sotto l'armadio.
 
Scivola per le botteghe il denaro, è di casa laggiù,
in seta si traveste, in pellicce e garofani.
Lui, il taciturno, sta fra respiro e respiro
del denaro che è sveglio oppure dorme.
 
Come ha voglia di chiudersi, a notte, questa mano aperta sempre.
Ma domani il destino la riprende - e ogni giorno
la tende: chiara, misera, allo sbaraglio senza fine.
 
Che uno, uno almeno, un veggente, intenda quel suo durare antico,
meravigliando, e lodi. Dirlo può l'impeto solo
del canto. Udirlo, solo il Divino.


* * *

II.20


* * *

Che distanza fra stella e stella - pure, quanta distanza più
qui sulla terra impari.
Uno, ad esempio, un bimbo; e accanto a lui, un altro:
quanto lontani, inafferrabilmente.
 
Ci misura il Destino, forse, col metro dell'Essere
e pare estraneo; pensa:
quanti metri fra l'uomo e la ragazza
che eludendo lo cerca?
 
Distante è tutto - e il cerchio in nessun punto si chiude.
Guarda in mezzo alla tavola in festa, sul vassoio,
l'occhio del pesce: strano.
 
Si diceva una volta: sono muti i pesci. Ma chissà,
ci sarà un luogo alla fine dove il loro linguaggio -
senza loro - si parla?
 
II.21

Canta i giardini che non sai, mio cuore,
imprigionati nel cristallo, chiari, non raggiungibili,
le acque le rose di Ispahan, di Shiraz
canta beate, lodale, senza confronto.
 
Cuore, e tu mostra che mai di sé ti privarono:
te voglion dire, te al maturare i fichi,
con loro cresci, con i venti che fra i rami nel boccio
come un viso respirano.
 
È errore - tu fuggilo - che rinuncia vi sia
là dove questo intento s'è realizzato: l'Essere.
Filo di seta sei, inserito nella trama.
 
Qualunque sia l'immagine che Uno è con te nel profondo
(fosse un momento pure del vivere in pena)
senti che il senso è l'Intero, il tappeto glorioso.


* * *

II.22

A dispetto del fato: oh gli eccessi meravigliosi
del nostro essere qui - traboccano ancora nei parchi
o in uomini di sasso a fianco degli architravi
d'alti portali, curvi sotto balconi.
 
E la campana di bronzo, che il batacchio ogni giorno
solleva contro l'inerte quotidianità.
Oppure la colonna di Karnak, unica, la colonna
che sopravvive a templi quasi eterni.
 
Adesso il sovrappiù precipita a malapena
come fretta dal giorno orizzontale, giallo,
dentro la notte sopraffatta accecante di luce.
 
Ma trapassa il delirio, e orma non rimane.
Curve di volo nell'aria, e in quelli che le guidano;
nessuna invano, forse. Ma nella mente solo.


* * *

II.23

In quell'ora tua chiamami
che ti sta fronte a fronte, impercettibile,
ti anela addosso qual muso di cane
e sempre ancora indietro si ritrae
 
quando oramai t'attendi d'agguantarla.
Tuo più di tutto è quel che ti si nega.
Liberi siamo. E il congedo ci colse
dove il primo saluto attendevamo.
 
E un appoggio imploriamo, con paura,
per le vecchie misure troppo giovani,
troppo vecchi per quel che non fu mai.
 
Il lodare soltanto ci giustifica,
ahi, siamo ramo e scure,
la dolcezza del rischio, che matura.
 
II.24

E questa gioia sempre nuova, quando l'argilla hai impastato!
A chi tentò - in principio - quasi nessun soccorso.
E tuttavia città sorsero su insenature felici,
acqua e olio riempirono le brocche, tuttavia.
 
Gli Dei in abbozzi arditi li progettiamo dapprima,
poi daccapo li annienta il destino dispettoso.
Ma son gli Eterni, loro. Questo è il punto, vedete:
porger l'orecchio a quello che alla fine ci ascolta.
 
Noi, da un millennio all'altro, e madri e padri sempre
più ricolmi del figlio da venire,
finché ci passi oltre, più tardi, e ci sconvolga.
 
Noi, a rischio senza limiti, abbiamo tempo, noi!
E soltanto la morte, muta, sa quel che siamo
e quel che lei guadagna, se in prestito ci dà.
 
II.25

Già odi - ascolta - il lavorare primo
dei rastrelli - daccapo il ritmo d'uomo
nella forza raccolta della terra
che attende primavera. Inassaggiato
 
appare il tempo che arriva: per tante
volte già venne e sembra ora venire
nuovo. Da sempre era la tua speranza,
mai l'afferrasti. Ecco, t'afferra adesso.
 
Sin nella quercia che provò l'inverno
splende futuro il bruno delle foglie
nel vespro. I venti si scambiano segni.
 
Neri gli arbusti. Ma più denso il nero,
lungo il fiume, il letame che sta a mucchi.
E ogni ora che va, si fa più giovane.
 
II.26

Come ci prende il grido degli uccelli...
Qualsiasi grido al suo crearsi primo.
Ma i bimbi già, all'aperto giocando,
alzano gridi accanto al grido vero.
 
Gridano il caso. Dentro le fessure
dello spazio (ove penetra d'uccelli
puro il grido, come uomini nei sogni)
spingono i cunei dello strillo acuto.
 
Ah, dove siamo noi? Sempre più liberi
come aquiloni a sbando, ci si butta
a mezzaria, con margini di risa,
 
laceri al vento. Ordina tu chi grida.
Iddio del canto - e fremendo si destino
in flutti, il capo recando e la lira.


* * *

II.27

Ma c'è davvero il Tempo, il distruttore?
Quando, sui monti immoti, le rocche disintegra?
E questo cuore, che eterno agli Dei appartiene,
quando il Demiurgo lo vince?
 
Siamo davvero fragili, impauriti
quanto il destino vuol farci apparire?
e l'infanzia, promessa impetuosa
profonda alle radici, si fa muta, alla fine?
 
Ah lo spettro della caducità
trapassa chi innocente l'accoglie
come fumo sottile.
 
Pure, anche noi si vale, così come siamo, alla spinta,
sbandati, accanto a forze che non passano siamo
una divina via.
 
II.28

O vieni e va. Tu, quasi bimba, compi
l'armoniosa figura un istante
in un'astrale immagine di danza,
quali fingiamo brevi a vincer l'ordine
 
ottuso della Natura; ché solo
d'Orfeo nel canto s'apriva all'ascolto.
Eri quella che viene da lontano,
stupita appena se un albero, incerto
 
prima, te ascoltando assecondava.
Sapevi ancora il luogo ove la lira
s'alzò vibrante: il centro, non udibile.
 
Per questo tu i bei passi tentavi
e speravi alla sacra festa un giorno
volger l'andare dell'amico, e il volto.


* * *

II.29

Tacito amico delle lontananze,
senti? gli spazi accresci col respiro.
Nel buio ceppo campanario làsciati
risuonare. Quel che ti consuma
 
diventerà una forza, con tal cibo.
Va' fuori e dentro nella metamorfosi.
Quale esperienza ti fa più soffrire?
T'è amaro il bere? E tu vino diventa.
 
Sii, in questa notte d'eccesso, magia,
nell'incrocicchio dei tuoi sensi il senso
del loro incontro arcano.
 
E se all'oblio il mondo t'abbandona,
all'immobile terra di': Io scorro,
e all'acqua fuggevole: Io sono.


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