Arvo Pärt allo specchio
di AMELIA CIDRO
[da Golem]
E' bello sapere di questa vostra amicizia: siamo così in pochi in questo fragile vascello della musica contemporanea e queste amicizie non esprimono solo un senso di solidarietà. A me, che ho incontrato e studiato tanti compositori viventi, è parso via via sempre più chiaro come tutte queste esperienze, anche se diverse e discordanti, finiscano con il disegnare una trama che svela il senso del tempo; quel tempo che abbiamo attraversato meglio di qualsiasi libro di storia"
(Enzo Restagno ad Arvo Pärt, a proposito della sua amicizia con Luigi Nono)
E' uscito un bellissimo libro, curato da Enzo Restagno, critico e storico della musica, autore che ha scritto anche su questa rivista. Si tratta del volume, uscito per Il Saggiatore Arvo Pärt allo specchio. Conversazioni, saggi e testimonianze, (agosto 2004) che accompagna la rassegna torinese di Settembre Musica (4-26 settembre; sul sito tutte le informazioni), diretta dallo stesso Restagno e da Roman Vlad, un calendario estremamente ricco e variegato per generi e orientamenti musicali che quest'anno ha dedicato al compositore estone una sezione monografica. Il volume si struttura in due parti: la prima è una ampia - 113 pagine - conversazione di Enzo Restagno con Arvo (e Nora) Pärt, mentre nella seconda parte sono raccolti alcuni saggi - e testimonianze, come recita il sottotitolo - di Enzo Restagno (Arvo Pärt e il tempo dell'attesa), Helga de la Motte-Haber (Suono e linea come unità; conversazione con Arvo Pärt), Leopold Brauneiss (Una introduzione allo stile tintinnabuli; e analisi del Miserere), Armin Brunner (Un pezzo di vetro sul ciglio della strada e Jordi Savall (), Espen Mineure Saette ( Microcosmo nella cattedrale;intervista ad Arvo Pärt ), Paul Hillier (Osservazioni sulla prassi esecutiva della musica corale di Arvo Pärt). Chiudono il volume utili apparati cpon bibliografia, discografia e catalogo delle opere.
Le intenzioni del volume sono espresse nell'introduzione dello stesso Restagno: pochi sono oggi gli autori contemporanei in grado di raccogliere un così chiaro successo presso il grande pubblico. L'esecuzioni delle sue opere sono salutate con immediato calore, come davvero i suoi Cantus in memory of Benjamin Britten (1977), Tabula Rasa (1977), In princpio (2003), per non citare che alcune delle opere più conosciute, fossero riconoscibili, godibili, comprensibili ai pubblici più diversi, come un linguaggio alto e accessibile, del quale si sentiva il bisogno. Per uno spostamento significativo, che assume tutti i tratti di un'abitudine se non di un vizio e che ha radici molto ben piantate nella sensibilità europea, la critica sospetta di chi ottiene un così chiaro successo: così, fra le ragioni dei pochi eletti e quelle del grande pubblico, la descrizione e la conoscenza dei processi creativi, delle strutture musicali, l'approfondimento del lavoro di uno dei compositori più interessanti del nostro tempo rischia di non trovare un proprio spazio di necessità. Ma il libro supera di molto le intenzioni, per esempio per la molteplicità che riesce a racchiudere e che conquista il lettore con la piacevolezza del racconto. Per la dolcezza e la ricchezza del linguaggio, l'ampiezza delle prospettive che si delineano e le presenze musicali e non che si evocano nella prima parte del volume, esso si trasforma per il lettore in un godibilissimo ritratto e del personaggio e delle sue concezioni musicali e operative, e dell'ambiente in cui è cresciuto, all'ombra di una repressione culturale che temeva ogni novità quanto la musica strumentale, inutile a cantare le glorie del regime, che fosse dodecafonia o musica barocca. Oltre il salto verso una libertà di espressione - descritta così vivacemente come uno sforzo e una gioia continua e quotidiana di conoscere qualsiasi cosa venisse da "fuori", estremamente interessante per chiunque apprezzi questo musicista o si interessi più generalmente ai processi creativi sarà la descrizione dei modi in cui Part supererà le impasse derivate da quella ricerca della propria marca, del proprio linguaggio, che costituisce il punto di svolta di molti autori, anche con la messa a punto di quello stile tintinnabuli, tecnica di composizione e metodo di ispirazione frutto di un immenso assorbimento di musica antica, associato a una propria costante ricerca delle possibilità e degli scopi della musica.
Sempre, mi sembra, i testi e le parole degli autori sono un documento prezioso, anche per la divulgazione, anche e soprattutto per l'"amatore", come si chiamava una volta quella specie di fruitore appassionato senza essere esperto, o verrebbe da dire "esperto per sé": c'è una straordinaria semplicità di espressione, che va ben oltre quell'astrusità spesso ricercata con una certa compiacenza dai teorici, o almeno da quelli ghiotti di calembours intellettuali. Anche in questo caso invece il racconto personale, e raccolto con intelligenza e amicizia da Restagno, che offre al suo interlucutore uno straordinario contrappunto di associazioni e immagini, raccoglie e restituisce la vivacità e la semplicità di una pratica, di un metodo, di un modo di fare che è tanto più eloquente di analisi tanto meno piacevoli quanto più pretenziose e lontane dalla concretezza delle cose e delle opere, dalla quale la musica e le altre arti hanno origine.
Compositore estone (1935), Arvo Pärt è stato tra i primi negli anni Sessanta ad utilizzare la tecnica seriale, per poi spostarsi, successivamente, alla sperimentazione tout court. La sua vita e la sua musica sono state profondamente influenzate dall’occupazione sovietica del suo paese, durata più di cinquant’anni. Una svolta nella sua produzione avviene nel 1976, quando si presenta con una musica radicalmente diversa, e con una tecnica inventata o riscoperta, che lui stesso chiama "tintinnabuli" (dal latino "campanellini"). La ECM di Manfred Eicher è stata la prima casa discografica occidentale a pubblicare i suoi dischi fuori dall’Unione Sovietica. Nel maggio del 2003 Arvo Pärt è stato insignito del premio per la musica contemporanea durante la cerimonia del Classical Brit Awards alla Royal Albert Hall di Londra.
Accostare musica sacra e gusto contemporaneo potrebbe suonare all’orecchio come un ossimoro stridente. Basta una conversazione con i coniugi Pärt a persuaderci del contrario. Dieci anni di dodecafonia, sette di silenzio, gli altri sospesi tra esigenza di regole e tensione mistica: la biografia di Arvo Pärt è la storia di un uomo che, nei ritmi frenetici del presente, non ha paura di dire: “Wir haben zeit”, abbiamo tempo. Nasce in Estonia nel 1935. Cresce in Unione Sovietica, “palude” per ogni impulso creativo secondo le parole di Luigi Nono. Unico squarcio nella censura, la “musica proibita” che arrivava alla radio estone per la quale lavorava. Gli inizi con la dodecafonia, dimensione della quale Pärt non smette di avvertire i limiti espressivi neanche dopo il Credo del 1968, applaudito dal pubblico, scandaloso per il regime. All’inizio degli anni Settanta, la crisi, chiave di volta della sua biografia artistica e spirituale. Mentre intorno pullulano le artificiosità dei linguaggi contemporanei, Arvo Pärt si chiude nel silenzio. Per sette anni non ascolta musica. Ricerca la spontaneità originaria del suono. Partendo da se stesso e dal rapporto con il testo, referente indispensabile per gli sviluppi successivi del suo discorso. Ogni giorno legge un salmo che traduce di getto in un’unica linea melodica: centocinquanta esercizi di composizione che oggi riempiono un armadio e danno il senso a una vita. Quando l’esigenza di una seconda voce si farà urgente, Pärt non si rivolgerà alla polifonia antica ma forgerà la tecnica tintinnabuli, formula compositiva pensata per rendere due linee melodiche una voce sola. Dopo l’approdo all’essenzialità, riaffiora inevitabile il bisogno, spirituale e musicale, di nuove regole che riducano le infinite possibilità del comporre alle mosse dettate da un’oggettività quasi divina: il risultato sarà il prolifico biennio ‘77-’78 il cui primo frutto non poteva che prendere il nome di Tabula rasa. Oggi Arvo Pärt ha la barba lunga, vive a Berlino con la moglie musicologa e continua a comporre musica sacra per coro, la prediletta dello stile tintinnabuli. Un monaco dei nostri tempi di nome Arvo Pärt.
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