KRAFTWERK, IL CANTO DELL'ESSERE
di GIUSEPPE GENNA
 Esiste un immaginario collettivo che si intreccia obliquamente con quello collettivo. Esiste una formazione che non è romanzo, ma accadimento fantastico, elaborazione fantasmatica su feticci irradiati dalla temperie sociale in cui uno ha la ventura di crescere. I materiali che sostanziano la formazione in una civiltà di massa - lo si è appreso con più fatica di quanto fosse prevedibile - sono al tempo stesso casuali e non, puramente estetici e profondamente politici, significativi rispetto al futuro e ossessionanti rispetto all'eterno presente che la memoria si porta continuativamente addietro. Per esempio, può capitare che un bambino italiano, alla fine dei Settanta, resti inesplicabilmente conturbato dallo sdoppiamento dell'umano e dell'artificiale a cui assiste, una domenica pomeriggio innocente, davanti allo schermo tv: da una parte ci sono uomini che si muovono come robot, vestiti tutti uguali e in maniera inquietante, truccati in modo da sembrare identici, e cantano con una voce metallica e impersonale; e, a guardarli, seduti in platea, ci sono quattro manichini che sono i loro sosia, vestiti allo stesso modo. Per quel bambino una semplice evenienza spettacolare diviene incanto, mistero, buco nero in cui addentrarsi - sente che da lì si sprigiona un futuro. I miei coetanei sanno di cosa sto parlando: i protagonisti di quella performance erano i Kraftwerk, il gruppo che con apparati elettronici ha rivoluzionato la musica pop, via via figliando Depeche Mode, Chemical Brothers e Krueder&Dorfmeister, protagonisti della musica sintetica che non hanno mai mancato di omaggiare il gruppo tedesco come autentico fondatore di una rinnovata sensibilità estetica. La storia dei Kraftwerk, scritta da uno di loro, Wolfang Flür, esce ora in Italia per le edizioni ShaKe, KRAFTWERK - Io ero un robot: imperdibile.
Erano quattro musicisti tedeschi, di Düsseldorf, e hanno scritto la leggenda. Senza di loro è impensabile la storia della musica popolare degli Ottanta e Novanta, per non parlare delle ultime svolte industriali e di quella tribe. Imposero una ritmica nuova, artificiale eppure ancora umana, partendo da una percezione filosofica del reale, tra Benjamin e Deleuze. Coltissimi, occultati in una privacy impenetrabile, quando si esibivano realizzavano autentiche performance brechtiane: la postura rigida, robottica, la parola ridotta a una scabra essenzialità, le tonalità di sintesi che esercitavano un fascino ipnotico - quasi uno sdoganamento della dodecafonia in direzione del pop. Per quanto afona, la canzone si apprestava a svoltare, per aprire un orizzonte in cui prendeva vita una sublimazione del fisiologico e dell'inanimato, il corpo di sintesi, la protesi fattasi organica, la voce ridondante il metallico e il minerale. Era un superamento totale di ogni stile ideologico. A partire dalle divise del gruppo, che inquietantemente richiamavano l'omologazione in stile nazista (bianco nero e rosso erano le componenti cromatiche, come quelle dello stendardo hitleriano), denunciando e al tempo stesso praticando l'alienazione di massa come verità sociale unica, il che stabiliva una continuità tra regime fascista e contesto capitalista. Un superamento fatto di memoria, sbattuta in faccia alle platee dell'occidente quando ancora la pubblica opinione spacciava la verità falsa di una guerra fredda, a cui i Kraftwerk rispondevano con un algore ancora più penetrante, ma vero e autentico, intercettando un sentire popolare che si distanziava dall'estetica punk eppure spartiva con il punk l'irradiazione di una fede assoluta nel futuro azzerato, nella pianificazione emotiva come ultima risorsa psichica. Era una vertigine. Non tanto i testi apparivano come dominante massimalista, ma tutto il prodotto portava con sé una teoria politica ed estetica che profetizzava il futuro. Il contrasto strideva: il massimalismo tonale e tematico era antagonista allo stile minimalista della musica e dell'immagine stessa del gruppo tedesco. Fu uno choc e continua a esserlo, come vuole la legge che governa gli effetti di ogni autentica profezia.
L'universo immaginario dei Kraftwerk è l'universo reale: quello metallizzato e inorganico, dominato dall'alienazione di massa, reificazione precisa di un marxismo quasi teologico che, nonostante i mutati contesti geopolitici e ideologici rispetto a quando i Kraftwerk iniziarono la loro opera, appare più che mai attuale e verificabile alla mano. Autostrade, palazzi vuoti, geometrie lineari e planari, snodi ferroviari, laboratori scientifici, test automatici, presenze di manichini inanimati, macchine, rotori, ingranaggi - è la terra disumanizzata, abitata dall'uomo artificiale, che emerge con forza nella letteratura di Pynchon e DeLillo, nelle analisi di Houellebecq (che spartiscono con quelle dei Kraftwerk, oltre che i nuclei tematici, l'algido rumore di fondo), nei romanzi di Pincio. Il pallore mortale, ottenuto con la biacca del cerone applicata impietosamente sui volti inespressivi, raccontava e racconta di quattro uomini già in stato cadaverico e tuttora viventi - una permanenza funebre che continua a esercitare attività, un'allegoria impressionante esercitata sul tempo stesso che essa allegorizza.
Wolfang Flür ha abbandonato il mitologico gruppo nel 1997, ma rimane il narratore privilegiato di una realtà ermetica e consolidata, non avendo i Kraftwerk mai rilasciato alcuna intervista né aderito a progetti comuni con altri artisti. La biografia di questa leggenda del pop è un'esperienza assoluta, clamorosamente alternativa alle agiografie in salsa anglosassone: non concede alcun piacere nel rapporto col mito stesso. Un mito, per l'appunto, assoluto: se una delle costanti del mito è il rovesciamento di sé nell'opposto, è impossibile che il mito Kraftwerk operi in questo senso, poiché irradia contemporaneamente ogni coppia di opposti che possa essere pensata e sentita.
Wolfang Flür - KRAFTWERK Io ero un robot - ShaKe - € 15 (acquistando sul sito ShaKe, € 12.75)
'KRAFTWERK - IO ERO UN ROBOT': LA SCHEDA
Negli anni settanta la Germania irrompeva nell'universo della musica giovanile. All'interno di quella scena, un gruppo, i Kraftwerk, faceva storia a sé. Originario di Dusseldorf, il gruppo manifestava poche affinità con gli orizzonti cosmici e onirici di altri esponenti del "kraut rock", optando per una sorta di celebrazione allo stesso tempo futurista e minimale della società industriale e tecnologica ben poco in sintonia con gli umori del tempo. Linee musicali ritmiche, secche e ipnotiche e testi ripetitivi, il tutto riferito a scenari fatti di autostrade, linee ferroviarie, unità di produzione, laboratori scientifici. Gli anni settanta sono passati, i Kraftwerk no. Con l'arrivo negli anni ottanta, gli esponenti della new wave (Ultravox, Human League ecc.) individuarono nel gruppo tedesco un esperienza anticipatrice della loro estetica e dei loro orientamenti musicali. Lo stesso giudizio esprimeva il David Bowie di Heroes. Nel frattempo con The Robot i Kraftwerk arrivavano anche a un successo di massa. La loro avventura sarebbe continuata fino ai nostri giorni. Poche uscite discografiche, intervallate talvolta anche da un decennio, per un gruppo sempre in grado di essere, allo stesso tempo rigorosamente coerente e in anticipo sui tempi. E anche le più recenti generazioni della musica elettronica non possono che riconoscere nei Kraftwerk i maestri indiscussi del genere, coloro che hanno aperto strade poi percorse da molti (per esempio Chemical Brothers e Fat Boy Slim).
Intorno ai Kraftwerk si è sempre raccolto un certo mistero. Il fatto che il gruppo abbia sempre conservato lo stesso organico, non abbia mai concesso interviste né mai collaborato con altri artisti ha contribuito a consolidare il loro mito. Particolare interesse ha quindi suscitato a livello internazionale la pubblicazione del libro di Wolfgang Flür I was a robot. L'autore è infatti stato fino a pochi anni fa membro del gruppo. Il libro presenta dall'interno la storia di una delle più avvincenti avventure musicali dei passati decenni, soffermandosi sugli aspetti grandiosi ma anche problematici di quella vicenda artistica e umana. La nascita del gruppo, i primi dischi e tournée, l'affermazione a livello internazionale, la complessa gestazione di ogni opera, e infine gli scontri e le incomprensioni che porteranno Flür ad abbandonare il gruppo sono descritte in maniera vivace e priva di reticenze. Per i tanti appassionati di ogni età dei Kraftwerk il libro rappresenta un'occasione per conoscere meglio il gruppo, ed esce in un momento in cui il gruppo tedesco, sulla scia dell'ultimo lavoro, Tour de France, si appresta a suonare a Torino e a Roma.
Prologo: "In combutta con i robot"
di Wolfgang Flür
Quando ho iniziato a scrivere questo libro ero abbastanza propenso a intitolarlo In combutta con i robot, ma con il passare del tempo, accumulando ricordi e pagine scritte, mi sono man mano convinto che, diversamente dagli altri gruppi pop, noi non aderivamo minimamente allo stereotipo del gruppo di amici del cuore. Questo ideale era molto lontano da noi sebbene lo desiderassimo. Il nostro quartetto elettronico era troppo eterogeneo quanto a personalità e retroterra familiare. Anche se i nostri genitori erano stati ingegneri, architetti e ottici, avevano occupato nicchie sociali decisamente diverse.
Sin dall'inizio Ralf Hütter e Florian Schneider-Esleben avevano fatto comunella tra di loro. Del resto venivano entrambi da famiglie agiate dove non c'era mai stata penuria di soldi e soprattutto di cultura e istruzione. Avevano buon gusto e avevano viaggiato un sacco sin dall'infanzia. Invece Karl Bartos e il sottoscritto provenivano dalla cosiddetta piccola borghesia. Naturalmente anche noi eravamo istruiti, avevamo sviluppato una particolare "intelligenza emotiva", però sapevamo che cosa significa trovarsi ogni tanto al verde e che cosa vuol dire avere bisogno di un appoggio psicologico. Comunque giovani e talentuosi, quali eravamo, passavamo molto tempo insieme perché avevamo cose importanti che ci accomunavano e perché ci rispettavamo per quel che eravamo. Ognuno di noi capiva istintivamente che in futuro il nostro rapporto esclusivo avrebbe prodotto grandi cose.
Un paio d'anni fa stavo cercando di racimolare alcune foto inedite dei nostri primi concerti per Tim Barr, redattore della rivista britannica "Future Music", e per la prima volta dopo secoli ho riaperto la mia valigetta di alluminio dorato comprata nel 1975 in un negozio della Fifth Avenue di New York. È stato come rinfrescare i ricordi degli anni più elettrici della mia vita. Aprendola sono rimasto colpito dall'aroma concentrato di quegli anni pionieristici, e mi è sembrato di toccare il cielo con un dito. Sfogliando e leggendo mazzi di documenti e foto, sono caduto in una specie di trance. Sì, per me esiste un profumo Kraftwerk, giudiziosamente collocato sullo scaffale psicologico del "Tedesco umorale". In quella valigia si è concentrato quel profumo che mi ha accompagnato in tante stanze d'albergo durante gli anni di tour e viaggi, un aroma che sa di camere d'albergo di tutte le categorie, di aerei e cherosene, di un mondo multiculturale, di meravigliose esperienze e di umilianti pregiudizi che sprezzanti ci tacciavano come sopravvalutati tecnici del suono di una Düsseldorf moderna. È anche l'odore chimico delle foto promozionali, delle polaroid private, dei controversi articoli dei giornali di tutto il mondo e delle pellicole spesso rovinate della mia vecchia cinepresa amatoriale, una 8mm Bell & Howell a molla. Queste reliquie sono avvolte anche nell'odore professionale delle bacchette d'ottone ormai ossidato, che mi ero fatto fondere all'inizio degli anni settanta, con le quali avevo suonato migliaia di volte le percussioni per i Kraftwerk.
Nel 1997 il giornalista americano Dave Thompson ha scritto un articolo ben informato ed esaustivo per la rivista statunitense "Goldmine" dal titolo Il cuore dell'anima teutonica, focalizzandolo sul mio gruppo di quegli anni e sul mio progetto attuale, gli Yamo. Avevamo chiacchierato cordialmente al telefono per una mezza serata mentre mi trovavo nella mia stanza d'albergo a New York, e Dave mi aveva incoraggiato a mettere nero su bianco la mia versione, aggiungendo che c'era un gran bisogno di spiegare come mai avevo lasciato i Kraftwerk. In effetti, questa è la domanda che mi è stata posta più spesso dai giornalisti e dai fan negli anni scorsi, perciò alla fine ho deciso di scrivere questo resoconto. Però, affinché possiate capire fino in fondo la mia "anima teutonica", dovrò prima risalire a un periodo precedente, quando in me sono fioriti l'amore per la musica e il piacere del ritmo. Noi Kraftwerk abbiamo inventato un nuovo genere musicale. All'inizio degli anni Settanta questa trovata ci ha portato in tutti gli angoli del mondo. Senza il minimo preavviso e senza alcuna preparazione abbiamo vissuto giornate meravigliose ed esperienze splendide, ricche, sconvolgenti. I viaggi in jet attorno al mondo e le tante persone incontrate mi hanno aperto alla natura, alla gente e a noi stessi. Ho capito che Düsseldorf non era il centro dell'universo, ho scoperto di essere cittadino del mondo, uno che si trova a casa propria in ogni luogo. Tuttavia, ho provato anche il piacere di ritrovarmi a casa, il fascino del ritorno alle nostre latitudini. Con mia grande delusione sono stato costretto ad ammettere che viaggiare non era un'esperienza piacevole per tutti i componenti del gruppo, e dopo dieci anni ho scoperto che stavo osservando i miei colleghi e me stesso con occhio critico. Vaghi dubbi iniziavano a oscurare i risultati dei Kraftwerk e quello che realmente davamo alla gente. Allora ho iniziato a maturare, e a un certo punto ho capito che i miei pensieri non ruotavano più attorno alle percussioni, alla creatività e ai miei rapporti con le signorine.
Durante la lettura noterete che parlo più spesso delle mie esperienze a margine dei concerti e dei tour che delle minuzie della nostra attività musicale quotidiana. Anzi, sono stati proprio gli incontri, gli incidenti e le unioni meravigliose in quel fantastico periodo della mia vita a stupirmi e a fissarsi nei miei ricordi. Il modo in cui impostavamo i sintetizzatori o i particolari tecnici delle nostre apparizioni e registrazioni non hanno attecchito nella mia memoria, e non mi sembrano poi tanto significativi. Si tratta solo di mestiere e routine, dei dettagli tipici di qualsiasi professione. Perciò non aspettatevi un libro sugli oscillatori a controllo voltaico, su quelli a bassa frequenza o un'analisi dei filtri. Il mio testo parla più che altro di creatività, attenzione, collaborazione, stima. E anche di delusioni, tradimenti, sconfitte.
Abbiamo avuto l'enorme fortuna di riuscire ad arrivare alla gente con la nostra musica e con le nostre visioni, e di essere amati. Abbiamo imparato da tante persone. E adesso ho scritto nuove versioni delle loro storie, che talvolta sono diventate la mia, il mio attuale progetto, gli Yamo. La vita insegna tante cose, e più uno è attento ai dettagli e alle sfumature più in seguito potrà pescare da questa caverna del tesoro.
Per tanti anni ho saputo che cosa significa trovarsi sopra un palcoscenico. Ho anche vissuto che cosa significa essere applaudito. Durante il mio periodo di apprendistato sono stato in tanti gruppi che ho amato molto anche se non hanno avuto un grande successo. Erano tutti il mio gruppo, la band che avevo fondato. Però con i Kraftwerk mi si è aperto un mondo nuovo. Questa è stata la cosa che mi ha più affascinato in tutti gli anni trascorsi con loro, a parte le scoperte individuali e il mio stile minimalista alle percussioni. I rapporti umani in ogni nazione, le infinite discussioni e gli idilli che spesso ne scaturivano, la visione culturale universale che sono stato in grado di crearmi senza ricavarla solo dai libri, tutte queste cose mi hanno regalato esperienze meravigliose e in seguito, dopo la penosa separazione, mi hanno anche aiutato a ritrovare me stesso, l'amore e il sound della mia nuova musica. I miei anni con i Kraftwerk sono stati pazzeschi e meravigliosi. Abbiamo sempre cercato di offrire qualcosa di speciale ai nostri fans. Ancora oggi le mie stelle polari sono la modernità e l'indipendenza. Per dirla con le parole di Brian Wilson, "non dimenticate mai che la nostra musica è sempre stata suonata perché vi volevamo bene".
GENNA: I KRAFTWERK NEL 'DIES IRAE'
Poiché i Kraftwerk, come asserito sopra, sono parte fondante del mio e non solo del mio immaginario, non potevano essere assenti dal DIES IRAE, che tenta una sussunzione di una parte delle schiere fantasmatiche che hanno dominato anche la mia formazione. Riproduco di seguito, dunque, un brano (non è il solo del romanzo in cui la robottica formazione appare), in cui, giustamente dimezzati, i Kraftwerk cambiano la storia: una storia personale, ovviamente. Perché quella collettiva l’hanno già mutata. Prima di leggersi lo stralcio, un caldo invito che formulo è guardarsi i video qui sopra linkati.
Buona visione (ne sono sicuro) e buona lettura (spero).
Paola C. – Berlino Ovest – Aprile 1989
Il Kulturforum, terminato nell’aprile ’88, un anno fa.
Sta a Berlino, Paola, ma tutto sfugge attorno, contorni indistinti e voci su performer di cui non le frega niente, la ricerca della roba assorbe l’attenzione e nemmeno questo è vero, perché è l’osso iliaco incrinato che la risucchia dall’interno, è la sensazione di cappa, avere il Kulturforum vuoto e livido intorno alla nuca e alla fronte fino dal mattino e Alex che la scruta con occhi da cerbiatto, la vibrazione più prossima all’amore che sia riuscita a rimediare, nell’incertezza e nella difficoltà, nell’assalto a se stessa che ha praticato da subito, dai nove dieci anni, gli anni del danno, la gemma oscura che pulsa irrimediabilmente e che nessun amore medica, lo sguardo di Alex impotente, un cerbiatto, lei stessa impotente, e allora è meglio affogare nella roba e Tobia chiese a Dio il favore di morire per non avere il coraggio del suicidio.
Attorno al Kulturforum, in Matthäikirchplatz, il vuoto basso e grigio e opprimente della Berlino occidentale che sta per tracimare. L’aria è nuova, priva di entusiasmo. Da Est premono. Stanno aumentando le defezioni, le fughe, i morti sulle reti di filo spinato, le intercettazioni al checkpoint. Sanno che sta crollando e Lotte arriva sorridente, un sorriso da ragazzo di strada, la zazzera irritante che schifa senza motivo Paola, e ha i biglietti per la performance esclusiva e riservata dei Kraftwerk, che da otto anni non appaiono in pubblico e nell’anniversario della costruzione del Kulturforum hanno ottenuto un invito in una sala auditoriale minima, cinquanta posti al massimo, e Lotte vedrà il concerto con lei e Alex e li inviterà a casa sua per farsi di roba buona non tagliata e poi prenderà in bocca il cazzo di Alex, ma non si può fare niente, questo è il trito rituale della catena dei giorni se ci si aggrappa a un anello sperando di stringere la presa sull’anello successivo.
La piazza è ampia, bianca, le due bandiere della RFT sono ripiegate dal vento, coniche, aggrovigliate in una stretta spirale alle aste, le due uniche verticalità nell’immensa spianata grigiochiaro, capannelli di giovani che usano i Kraftwerk per figurarsi una musica messianica che è esplosa, la loro rivoluzione che non muterà niente del mondo, la loro rivoluzione che è una distrazione, nessuna corrente comune tra un corpo e l’altro, soltanto vibrazioni elettroniche in cui fondersi.
La prima rivoluzione dissociativa della storia.
Una rivoluzione senza esiti o con l’unico esito di un sogno che fingono collettivo ed è la somma di tanti piccoli sogni evasivi colorati.
Le nuove droghe che invadono il mercato e che a Paola e Alex non interessano, perché la dipendenza dalle vecchie droghe reclama da dentro le ossa, è un urlo dentro le ossa.
Paola è nell’urlo, spinta qui da un urlo, dove si sta urlando, il futuro ha sabbia nella gola altrimenti le urlerebbe addosso, investendole il torace, serrandole le labbra e le palpebre con il suo nero aliseo.
Guardali: a crocchi, le pasticche, visibilissime.
Lotte arriva e propone le pasticche e dice che poi, dopo la performance dei Kraftwerk, a casa sua, c’è roba buona, la vecchia confortevole roba che tutti noi amiamo, la mamma che ci coccola e aumenta quotidianamente l’affetto che ha per noi, e ci strappa dai peccati dei giorni per farci convergere in un unico, smodato peccato di amore per lei, la mamma zuccherina di cui non possiamo fare a meno.
O wie einsam schlägt die brust!
La bassa tettoia del Kulturforum, questo aspetto da stazione ferroviaria provinciale, questo fiore all’occhiello della nuova architettura che non pensa all’umano, ma sogna colonnati dorici postmoderni su Marte, monoliti da erigere a segnalare conquiste planetarie.
Lotte è letteralmente fuori di testa per i Kraftwerk.
Hanno ridato uno stile alla Germania, hanno instradato la disperazione postbellica in una forma di creatività rinnovata, che si richiama agli anni Venti, e dunque prima della guerra e dell’orrore di cui Lotte e tutti gli altri berlinesi, pur vivendone oggi, 1989, le conseguenze, non avvertono tracce di responsabilità. E’ l’era glaciale dove il gelo dell’ipocrisia copre di iceberg il mondo vivente.
I Kraftwerk impongono uno stile essenziale, robottico, la loro musica nasce soltanto da modificazioni di nuove strumentazioni elettroniche, che si construiscono da soli nel tempio inviolabile del loro studio, il leggendario Kling Klang.
L’America li copia, li fa evolvere. La nuova musica elettronica, la house e quello che sta mutando nell’universo sonoro, ha un’origine accertata ed è l’avvento dei Kraftwerk, la rivoluzione pensata e realizzata dal genio di Ralf Hütter e Florian Schneider. Una rivoluzione paneuropea che dilaga nel pianeta, penetra l’udito e raggiunge le vibrazioni ossee. Cambiano formazione a cicli, ma i due geni permangono, si identificano con il progetto Kraftwerk, il rumore è diventato musica, il mondo, nella sua prosaica messa in scena rumorosa, è pop, è facile, è ascoltabile. Annullamento del pensiero. Gli orpelli definitivamente estinti. Monoliti neri impiantati su Marte.
L’ultimo concerto lo hanno tenuto a Brema otto anni prima.
Ora che il mondo della musica è totalmente elettronico, stanno per produrre un ripensamento dei loro pezzi più celebri, un mix realizzato con strumenti che in questi anni, a partire dalle prime rudimentali macchine che realizzarono, si sono evoluti e permettono loro di aggiornare la loro estetica cristallina, astratta.
E’ il rilancio della rivoluzione a più di dieci anni dal suo avvento.
Lotte è fuori di testa per questi quattro.
“E” dice “non avete idea di come veicola la nuova roba, questa musica. E’ un supporto necessario, per tutti. Crea uno spirito di comunione, una messa laica, istantanea, che non ha templi o chiese. E’ un modo nuovo di impadronirsi del mondo”.
Paola pensa all’Italia e sa che, anche se attecchirà, non ci sarà modo di impadronirsi del mondo. Il mondo non è riformabile. Il buco nero non è modernizzabile, rinnovabile. Adattamento: come un animale selvatico nelle asprezze del bosco, al buio, nel gelo, di notte.
Waldeslust. Waldeslust.
La selvatica voglia di bosco. Ritirarsi nell’ombra naturale dove il pericolo è esterno, non interno. Dove la madre non crea dipendenza, dove il padre ti ha concepito e si è fatto da parte, dove l’ombra non è interiore bensì un segnale di pericolo imminente, qualcosa che si agita ed è in agguato tra il fogliame nero.
La stanza auditoriale: neanche cinquanta posti a sedere. Meno. Lotte sprizza entusiasmo. La pavimentazione è industriale, una copertura di gomma nera bollinata, nello stile delle metropolitane europee.
Entrano in due, non in quattro.
I due si trascinano dietro una coppia di automi pressoché identici a loro.
Lotte, entusiasta: “Sono i nuovi manichini! I nuovi robot!”
Anni prima i Kraftwerk si esibivano accompagnati da manichini che erano la loro perfetta copia, ogni membro stampato nei caratteri somatici della plastica di uno dei quattro manichini. Manichini immobili da esaltare sul palco al ritmo di The Robots, la hit che ha sfondato dopo Radioactivity, il pezzo che i Grünen hanno interpretato come un’esaltazione del nucleare, costringendo i Kraftwerk a modificare il testo.
Questi robot sosia, invece, si muovono. Sono tronchi e volti, ridotti alle linee minime della fisiognomica, tronchi appoggiati a una piantana, le braccia sono steli metallici snodabili meccanici e si muovono.
Al centro sono Ralf Hütter e Florian Schneider, ai lati i robot.
Inizia l’esibizione e Paola pensa che vuole strafarsi, strafarsi, pensa al bacio salivoso di Lotte tra qualche ora, ne è certa, lo sta anticipando, Alex è imbambolato, si è fatto un quartino prima di uscire dallo squat e non capisce, cerca di permanere nella calda assenza da sé e dal resto del mondo.
La stanza impazzisce.
I bassi, nitidi e cromatici, fanno vibrare le pareti.
E’ al limite dell’inaudito, dell’inaudibile.
Non c’è più stile, questa è un’aria sonora glaciale, che isola il fenomeno umano nella miriade di fenomeni inorganici, la natura quintessenzializzata.
Non cantano nemmeno, sinfonizzano la macchina, rendono implicita la visione del paesaggio interiore, le immagini interiori sono nullificate. Sono vibrazioni eteriche. Lo spazio di una consapevolezza inaudita di cui evidentemente soltanto Ralf Hütter e Florian Schneider sono coscienti. Perché la quarantina di fan di élite, qui, impazziscono ed emotivizzano questa esplosione sonora e cromatica che trascende le emozioni e calma.
Questa non è musica: è roba.
Paola sente che non vuole più strafarsi se non di questa nuova madre che richiede un nuovo tipo di amore sovrumano e non impone dipendenza e nemmeno la chiede al cucciolo.
Tutta l’Europa vibra in questa sinfonia che è Trans Europe Express.
Parigi.
Vienna.
Berlino.
Capitali di un’Europa rinnovata con un balzo indietro nel tempo, lo slittamento dello stile verso un’essenzialità che la razza europea ha conosciuto prima del disastro. Suoni che vibrano per la compressione dell’acqua polare che penetra gli iceberg. Modulazioni dello schianto della colata di cemento nella sede deputata, nella cava metropolitana. Frizione delle parti meccaniche al distendersi dei serbatoi della navetta Shuttle prima dell’esplosione del carburante. La luce e il nitore della stellata vista dal buio della savana, nel calore rovente l’annuncio lontano di luci fredde.
Non è eroina, non è acido. Serve una nuova droga.
Paola chiede una pastiglia a Lotte e Lotte le sorride e le passa la pastiglia facendo scivolare il polpastrello dell’indice sul palmo della mano di Paola e a questo punto a Paola non interessa più niente, Alex pallido, quasi giallo, imbambolato accanto a lei, ci sono talmente tanti ritmi che non esiste un ritmo che sovrintenda all’esplosione ritmica, Alex ondeggia e Lotte si avvicina a Paola, i capelli corvini e corti, li struscia, grassi, contro la pelle selvatica di Paola, si volta, la bacia sulle labbra, le infila lentamente la lingua nella bocca, e Paola è inerte e triste e spalanca lentamente le labbra, apre la dentatura, subisce.
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